Recensione della Lectio Magistralis dell’architetto Peter Eisenmann

Recensione della Lectio Magistralis dell’architetto Peter Eisenmann

Torino, 2 luglio 2008, ore 9:30, convegno mondiale di architettura all’interno del Palavela. Apre la giornata la Lectio Magistralis dell’”archistar” Peter Eisenman. Parole uniche per un’esperienza irripetibile, quella di assistere a un punto di vista carico di solennità ed efficacia, di uno delle massime personalità architettoniche del mondo contemporaneo. Una forza nei gesti, una risolutezza nel tono della voce ed una onesta riflessione sull’attuale maniera di fare architettura oggi, hanno catturato l’attenzione e le emozioni della numerosissima platea del Palavela, che non ha resistito alla commozione del plauso finale.

Personalmente ho ripensato alle mie vicende di vita e di lavoro di tutti i giorni, alla mia sorpresa che con difficoltà supero nel notare dentro le nostre aule universitarie le differenze sostanziali del progettare e rappresentare oggi in rapida trasformazione, agli innovativi approcci nelle revisioni tra studenti e professori, o alle stesse relazioni di mutuo scambio interpersonale, ove sempre più esclusivamente si delega alla macchina, alla figurazione, l’individuale interpretazione della percezione sensoriale.

Tre punti fondamentali ha approfondito l’architetto Eisenman, tre concetti esplicativi della sua filosofia a monte del progetto. Se il convegno proponeva nel suo manifesto la trasmissibilità, la democrazia, la speranza, Eisenman al contrario esprime il suo disappunto.

  1. l’architettura come l’amore non può essere trasmessa, non ha senso fotografarla o illustrarla, se suo presupposto è quello di avere una consistenza fisica, dello stare in un luogo.
  2. L’architettura non è estensibile indifferentemente a tutti, non è un’idea che passivizza la società, ma ha bisogno di gesti simbolici che di necessità creano una cultura. La democrazia ha significato se voluta dalla gente, ma non se inserita in un’ottica programmatoria.
  3. La speranza non costituisce un universale intendimento, ma il proprio modo di rivolgersi alle persone in cui si crede.

Eisenman ha poi argomentato il tutto dicendo che il problema fondamentale dei nostri tempi è che bisognerebbe ricondurre la mentalità critica alla propria disciplina. Notiamo ovunque formulazioni matematiche, ingegneristiche, di problematiche spaziali ridotte a chiuse logiche algoritmiche che producono solo una grande varietà. In tutto ciò non si può scegliere perché la rapidità con cui gli algoritmi danno risposte esula dalla comprensibilità o dalla significazione dei processi che stanno a monte, che poi sono quelli di un calcolatore e non della realtà sensibile.

Emerge una cultura mediatica dello schiavismo, della dipendenza da chi fa per noi, dove il tempo è configurato per segmenti discreti e non da quanto si riesca a comprendere prima dello spazio pubblicitario. Le nostre immagini non sviluppano ragionamenti perché danno un valore iconico, di segni intercambiabili e non simbolico di contenuti. Invece di disegnare planimetrie e diagrammi oggi si rappresentano persone e grafici. L’architettura ha bisogno di tempo per maturare, per scrivere. Lo spazio architettonico non è e non può essere quello a cui si appella in maniera semplicistica la sostenibilità e l’ottemperanza alle normative.

Dice Eisenman che corollario di questa situazione è che diventiamo più passivi, la finalità dei processi è la produzione e il consumo delle immagini. La nostra capacità di voto è solo un carnevale sedato, è un prodotto della società ipermediatica dove possiamo votare qualsiasi cosa.

Senza intimare condanne o catastrofismo sui nostri tempi, è palese quanto una volta si apprendesse a disegnare, confrontando le differenze tra un Palladio e un Le Corbusier dove le idee erano interne alla raffigurazione architettonica. Il computer non ci permette di concettualizzare uno schizzo. Photoshop è costruito per chi non sa pensare, ma creare immagini fantastiche. Unire i punti con un mouse non è alla stregua della concettualizzazione diagrammatica.

Conclude Eisenmann giudicando la nostra epoca “tarda”, dove ci sentiamo alla deriva in un mare senza vento perché non ci sono cambiamenti ideologici; ma questo porta in nuce una nuova ricerca interiore per un nuovo paradigma verso il futuro, una sorta di Missa Solemnis di Beethoven, fuori delle stesse caratteristiche del precedente periodo.

Mostrando una sola opera Eisenman traduce il suo pensiero in architettura, un complesso culturale di 750.000 piedi quadrati, la città della Cultura della Galizia a Santiago de Compostela in Spagna, dove l’antispettacolare sta nella dissoluzione del centro in molteplici itinerari del pellegrinaggio. La topografia cartesiana è deformata da vettori informatici, tuttavia sono forti nella realizzazione i richiami al contesto.

Eisenman invoca un ritorno sincero all’architettura, quello dello stare dentro un luogo senza la veicolazione fotografica, del vivere le emozioni di un edificio più di quelle di un modello. Esprimere e ricevere le sensazioni che passano dalla mano al disegno e non per il tramite di uno schermo. Il progresso tecnologico non ha futuro, è circoscritto alla nostra temporalità. Dobbiamo allora fermarci, riflettere e chiederci cosa stiamo davvero facendo al mondo.

 

Francesco Ciccarelli