Recensione sull'opera "Delirious New York"

REM KOOLHAAS

"Delirious New York"

marzo 2008

Scrivere una sintesi su un libro così noto, così fortemente caratterizzante di un modo diverso di ripensare l'architettura, è forse estremamente complesso e pretenzioso. Esprimere dei giudizi personali piuttosto può aiutare a sviluppare una certa riflessione su concetti pregnanti e forti. Sono parole chiavi quelle che, come luminari in successione, scandiscono il discorso che Rem Koolhaas intesse con la sua modernità.

New York, metropoli esemplare  del più eletto spirito della contraddizione. La sua capacità di vivere nell'interminabile moto della trasformazione, una temporalità che non ha durata, ma trapasso. Una melodia di elementi a se stanti, negati e sostituiti dagli immediati successori.

Un vortice, una circolarità autonoma che ha trasferito la realtà fisica della metropoli all'immaginario collettivo. Acquista allora un senso la sua "cultura della congestione", il perpetuo scambio di flussi di energia, quelli del lavoro degli individui, delle fantasiose volontà progettuali, delle ludiche applicazioni che negano l'idea identitaria del luogo.

Congestione è dunque materializzare un pensiero che non fa che negare il suo precedente stato. La stratificazione che tanto ha costituito il comune intendere della cultura europea, ora vede trasferirsi nell'episodico avvenimento autonomo su una base comune, la griglia, la "conditio", l'onirica dimensione nella quale tutto può esprimersi, perché comunque è parte di un sistema mentale di controllo. Manhattan è una realtà che vive il nuovo in quanto matrice di flussi potenziali che divengono costruzioni ardimentose, grattacieli, ambiguità e controversie quando agisce la volontà deterministica.

Si spiega la risemantizzazione degli elementi tramandati dalla storia, usati per inconsuetudini, quelle della lobotomia tra funzionalità interne mutevoli e la monolitica rappresentazione esterna, una disgiunzione tra gli aspetti intellettuali logici da quelli emozionali dell'immagine.

Passando in rassegna i vari capitoli, si nota come quel discorso storico riguardante la nascita, la formazione e il costante evoluzionismo rigenerativo di New York, si ripercuota in uno stile improntato sulla citazione, sul racconto aneddotico.

Manca quella critica di stampo moralista su cui tanto si è costruita la capacità di riflessione. Ecco allora immediate asserzioni, traslati di una scrittura che non argomenta, ma espone numeri, dati, riporta versioni giornalistiche e pubblicitarie, fotografa degli istanti simbolici di nuovi processi trasformativi. Non mancano richiami a filosofi e letterati, ma il tutto sembra emergere da quel comune sostrato collettivo. Nasce allora il grattacielo, la sua assenza di articolazione, la sua sintesi di una molteplicità di desideri, il suo libero volgersi senza scrupoli alla luce e all'aria, dimenticando tradizioni o riferimenti predeterminanti, se non l'unico isolato, singolarità diffusa. La tecnologia, distorcendo l'esistente, superando le naturali condizioni in vista di un interesse ideologico e privato, verticalizza un diverso modo d'intendere il mondo, condensando.

Il Luna Park evasivo di Coney Island è ora nel gioco fascinoso ed esuberante di sfidare le impossibilità dettate dalla tradizione, sperimentando soluzioni distributive e costruttive al limite del ridicolo. Il desiderio dello stacco netto da una situazione precedente è proprio in quella morbosa irrefrenabile corsa all'investimento privato, individualista ed egocentrico, assurdo per l'instabilità ed il rischio che sottende all'impeto. Tutto diventa calcolata massimizzazione di superfici.

I teorici di questa realtà alquanto immaginifica, trasmettono tutta la carica di flussi della modernità nel disegno rappresentativo: Ferris, Corbett, Hood, Harrison dialogano con il culto della congestione, della concentrazione, ove ritornano acquisite le fasi perdute di un processo celebrativo dell'instabilità della vita metropolitana.

Sorgono edifici noti come l'Empire State Building, il Waldorf Astoria, il Rockefeller Center che più che simboli di un'epoca, celebrano un multiforme condensato nell'unicum dell'edificio.

New York risulta questo moto paranoico che non si arresta dietro una metodica di principi che hanno inciso e strutturato la coscienza europea. Il suo spirito vive di interpretazioni, di proiezioni inconscie. Una genialità surrealista qual è Dalì, trova il suo equivalente nelle mutazioni di Manhattan. La logica cartesiana di Le Corbusier non riesce a cogliere una dimensione poetica nei processi di Manhattan, bensì li interpreta come caos informe e degenerativo. Ogni attualizzazione che la griglia accoglie, non è che una manifestazione autonoma del desiderio umano, e la convivenza di una molteplicità, egualizza la possibilità del divenire.

L'instabilità non è allora crisi, bensì l'affermazione di nuovi valori del costruire, quelli della differenza, non più dell’autosimilarità, della separazione, non più della corrispondenza, dell'ibridazione e non più dell'omogeneità. Il tutto su una comune base di sviluppo di ciascun "isola".

New York è un delirio: la dimensione dell'esistere con tutte le sue valenze e contraddizioni.

La rilegittimazione di quelle che sono le attività intellettive dell'uomo assieme al piacere della sperimentazione, della scelta attraverso i mezzi della ricerca autonoma, propositiva, egualmente confrontabile ad ogni altro prodotto. In ciò non si asseconda, se non altro, il libero sviluppo di un pensare umano.

 

Francesco Ciccarelli